La scuola, l’unica alternativa alla disoccupazione.

Quindi ZAPPE.

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La grande fuga nello Stato: il business dell’ADSS , quando il  Sostegno della Scuola Secondaria diventa la scialuppa di salvataggio dei professionisti in crisi

Se entrate oggi nelle aule degli istituti superiori di Napoli e della sua provincia, tra le cattedre dell’ADSS ,  il sostegno alla secondaria di II grado , troverete un campionario umano ben lontano dal profilo del pedagogista o dalla vocazione d’insegnamento.

Troverete l’avvocato che per dieci anni ha provato a far quadrare i conti tra cassa forense e clienti morosi, l’architetto soffocato da partite IVA e cantieri a singhiozzo, il commercialista stanco di rincorrere le scadenze del fisco, l’ingegnere civile stritolato dalle fluttuazioni dell’edilizia.

Nessuno di loro, a vent’anni, sognava di compilare un PEI (Piano Educativo Individualizzato) o di gestire le fragilità psicofisiche di un adolescente.

Ma di fronte al sistematico e drammatico fallimento della libera professione, l’ADSS si è trasformato nel piroscafo di salvataggio.

L’unica via d’accesso alla scuola dove non serve una laurea in scienze della formazione: la legge italiana richiede semplicemente un titolo magistrale tecnico o giuridico con cui poter comprare il biglietto d’ingresso.

 Un “canale d’emergenza” in cui la laurea disciplinare diventa il passaporto per accedere al TFA Sostegno.

Il caso Napoli: la fabbrica del precariato e l’oro degli Atenei

A Napoli e nell’area metropolitana questo fenomeno ha assunto i contorni di una vera epidemia sociale.

In una realtà economica in cui il tessuto privato offre poco e le professioni tradizionali non garantiscono più il ceto medio, la scuola pubblica rimane l’unico ammortizzatore sociale credibile.

In Campania, gli atenei e i centri di formazione sfornano ogni anno migliaia di specializzati.

Ma dietro questo flusso non c’è solo un bisogno sociale: c’è un’imponente operazione finanziaria a carico del singolo aspirante docente.

Ottenere la specializzazione ADSS nell’area napoletana richiede infatti investimenti enormi che posizionano la regione ai vertici nazionali per spesa:

Tassa per la prova preselettiva: 150 – 200 euro per la sola iscrizione ai test d’accesso (importo non rimborsabile anche in caso di bocciatura).

All’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli la quota si attesta storicamente sui 200 euro.

Retta del corso TFA: La Campania detiene il record dei costi di iscrizione a livello nazionale.

All’Università Suor Orsola Benincasa il corso raggiunge i 4.100 euro (il tetto massimo in Italia), all’Università di Salerno (UNISA) tocca i 3.500 euro, mentre negli atenei statali partenopei (Federico II, Parthenope, Vanvitelli) la media oscilla tra i 2.700 e i 3.100 euro.

Intorno all’accesso all’ADSS gravita un mercato parallelo alimentato da società di formazione private, enti accreditati e organizzazioni che vendono corsi di preparazione (da 300 a 1.000 euro) e pacchetti per scalare le graduatorie (Master da 60 CFU a 500-800 euro, certificazioni informatiche e linguistiche da centinaia di euro).

Un ex professionista a Napoli arriva così a spendere complessivamente tra i 5.000 e i 7.000 euro solo per risultare competitivo in graduatoria.

I volumi d’affari sono enormi: tra prove preselettive (che fruttano tra i 2 e i 3 milioni di euro a edizione prima ancora di iniziare le lezioni) e rette d’iscrizione (oltre 12-15 milioni di euro incassati complessivamente dagli atenei campani per ogni ciclo), il TFA Sostegno è una delle attività più redditizie per i bilanci universitari.

Il sistema ha un interesse strutturale a mantenere alta la domanda e a vendere corsi, prescindendo completamente dal reale assorbimento lavorativo del territorio.

E i ragazzi? I risultati di un corto circuito pedagogico

Il paradosso partenopeo è che le Graduatorie Provinciali per le Supplenze (GPS) di I fascia per ADSS sono ormai completamente sature.

Si assiste a una vera guerra tra poveri in cui professionisti di 40 o 50 anni si contendono uno spezzone di cattedra a colpi di titoli pagati a caro prezzo.

Cosa succede quando la cattedra destinata all’inclusione dei ragazzi più fragili diventa solo il piano B di chi ha dovuto arrendersi al mercato del lavoro? I risultati sono drammatici:

La mancanza di vocazione ed empatia: Insegnare sul sostegno richiede una forte propensione umana, pazienza e predisposizione all’ascolto.

Quando al posto della vocazione c’è il ripiego o la frustrazione di un professionista che si sente “declassato”, il clima in classe ne risente immediatamente.

Formatissimi sulla carta, impreparati in aula:

Un corso TFA di pochi mesi, spesso svolto di fretta tra lezioni nel weekend e tirocini formali , non può sostituire un percorso strutturato in psicologia o pedagogia speciale.

Molti ex professionisti catapultati in classe si trovano del tutto sprovvisti degli strumenti per gestire le crisi di comportamento, la neurodivergenza o le gravi disabilità cognitive.

Il sostegno come “parcheggio” temporaneo:

Per la maggior parte di questi docenti improvvisati, l’ADSS è solo un’infrastruttura di passaggio.

Il servizio prestato sul sostegno assegna infatti 12 punti all’anno valevoli anche per la propria classe di concorso disciplinare (diritto, matematica, economia).

L’obiettivo dichiarato nei corridoi delle scuole napoletane è uno solo: cumulare punteggio per poi “fuggire” sulla propria materia di ruolo appena possibile.

A pagare il prezzo più alto di questo cinico ingranaggio economico e burocratico sono gli studenti con disabilità.

Invece di avere accanto figure di riferimento altamente qualificate e stabili, si ritrovano immersi in un turnover continuo, affidati a professionisti in transizione che vedono nella loro cattedra non un’opportunità di impatto umano, ma semplicemente l’unica alternativa alla disoccupazione.

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